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Intervista a Leonardo Malatesta

Leonardo_MalatestaLeonardo Malatesta, è nato a Malo nel 1978, laureato nel 2001 in storia presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi dal titolo “Le fortezze italiane ed austriache nel settore Veneto – Trentino dal 1870 alla grande guerra”.

Studia la storia militare italiana e tedesca dal 1848 ai giorni nostri. Tra le opere più significative ricordiamo “La guerra dei forti: Dal 1870 alla grande guerra le fortificazioni italiane ed austriache negli archivi privati e militari”, Nordpress, Chiari, 2003; “Il dramma del forte Verena, 12 giugno 1915.

Nel 90° anniversario dall’avvenimento dalla distruzione del forte Verena”, Temi, Trento, 2005. le sconvolgenti verità provenienti dagli archivi militari”. Oltre a ciò, numerosi saggi in riviste italiane e relatore a convegni non sono sulla 1a guerra mondiale.

Collabora con vari istituzioni culturali, quali il Centro Internazionale di Studi Garibaldini di Marsala, l’Istituto Italiano per la Storia del Risorgimento, la Fondazione Istituto per la Storia Contemporanea di Sesto S. Giovanni, il Centro Studi Informatico La Grande Guerra, Il Centro Studi e Documentazione sul Periodo Storico della Rsi di Salò.

Ha in corso di pubblicazione, un volume sui rapporti tra istituzioni militari e locali durante la 1ª guerra mondiale a Thiene. Attualmente lavora sulla storia coloniale del perio- do 1890 – 1892, sulla figura di D’Annunzio come poeta soldato, una biografia sul maresciallo d’Italia Gaetano Giardino, sulla storia militare della Rsi nella provincia di Vicenza, sulla storia della giustizia miltare in Italia, sulla Legione Tagliamento e sulla figura del maggiore Reina, Capo di Gabinetto di D’Annunzio durante l’impresa di Fiume. Dottor Malatesta da dove parte questa passione tesa a documentare un periodo storico ben definito dell’Italia post risorgimentale?

Sin da bambino mi recavo con la famiglia sulle zone di montagna dove si erano combattuti aspri combattimenti durante la Grande Guerra. Forse questo è stato il punto di partenza da cui si è poi radicato in me il desiderio di sapere, di approfondire fatti noti solo superficialmente grazie alla tra- dizione orale, molto utile in certi casi, ma nello specifico della storiografia è meglio attenersi alla documentazione ufficiale, l’unica in grado di proporre la verità ai posteri.

Devo molto anche alle letture della “prima ora”, quelle con cui mi accompagnavo nelle escursioni per comprendere ciò che andavo a visitare, le ricerche dello storico-alpinista Gianni Pieropan hanno fatto scuola.

Poi nel corso del cammino universitario, ho approfondito le conoscenze in storia militare, non sono della 1 guerra mondiale a ma tutto l’arco contemporaneo, leggendo i volumi di Mazzetti, Pieri e Rochat.

Già a partire da questo periodo, ho iniziato a frequentare archivi statali, come l’Archivio Centrale dello Stato, l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito e l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio a Roma e i Musei del Risorgimento di Milano e Vicenza, oltre a numerosi archivi privati di alti ufficiali protagonisti della storia militare italiana.

Oltre a varie pubblicazioni già all’attivo lei collabora con numerosi gruppi di ricerca rivolti allo sviluppo di tematiche dedicate al con- flitto 1915-1918.

Ho collaborato e lo sto facendo attualmente a numerose iniziative, tra queste mi piace ricordare il Progetto Interegg III Italia – Austria “I luoghi della grande guerra in Veneto. Il museo diffuso del Grappa dal Brenta al Piave”; con il Museo Storico della 3a Armata di Padova, il Museo Storico del Nastro Azzurro di Salò, con la Federazione dei Fanti di Vicenza.

Tanti progetti dunque, ma a distanza di quasi un secolo, è ancora alto l’interesse per una guerra che non ha più testimoni?

Il conflitto contro l’Austria Ungheria è tornato in auge non molti decenni fa dopo un periodo di “oblio”. Durante il “Ventennio” fascista si tendeva ad esaltare solo le gesta eroiche dei soldati, celebrare la memoria dei caduti con grandiosi sacrari, idealizzare l’uomo combattente per il suo spirito di sacrificio reso e da rendere alla Patria, ma molti retroscena storici non venivano volutamente spiegati alle masse. Per anni le scelte strategiche di generali e StatoMaggiore sono rimasti celatinei polverosi archivi romani,c’è voluto mezzo secolo perrimettere in discussione tuttoquanto stava dietro alla primaguerra post risorgimentale. Eagli storici del calibro di PieroPieri, di Forcella e Monticone, o del “nostrano” Pieropanvada il merito di averciriproposto tanti fatti legati a quel periodo. Grazie alle loro ricerche oggi comprendiamocome operava la giustizia militare, come si muovevano le truppe nel territorio a ridosso del fronte, gli errori o le competenze di chi comandava l’esercito. La possibilità, poi, di consultare gli archivi d’oltrealpe ha permesso di compiere uno studio comparato, e questo è stato il metodo che ho messo in atto per le mie pubblicazioni sulle fortificazioni.

Confrontando le fonti possiamo ancora scrivere qualcosa di nuovo sulla storia passata, cancellare dubbi, verificare colpe e meriti di eventi eclatanti come la disfatta Caporetto, o il tracollo della linea difensiva rappresentata dalle fortificazioni lungo l’arco alpino.

In materia di forti, possiamo dire che le strutture stabili ove trovavano colloaczione importanti batterie di cannoni, sono state per troppi anni abbandonate a se stesse, oggi risultano in molti casi pericolanti e inagibili.

Purtroppo si è capito tardi che rappresentavano un ottima base di partenza per un turismo culturale legato alla memoria della Grande Guerra.

Finalmente da qualche anno la sensibilità degli amministratori si è rivolta ai manufatti lasciatici dagli opposti schieramenti. Il certi casi i bastioni si sono logorati irrimediabilmente e allo stato attuale ne risulta difficile il recupero, esistono comunque esempi di oculatorisanamento abbinato ad un riutilizzo turistico delle strutture, basti pensare al forte Belvedere “Gschwent” d iLavarone e all’Interrotto, a lCampolongo dell’Altopiano oppure andando un po’ più lontano, in Piemonte il forte Bramafan a Bardonecchia, seguito dall’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura Militare.

Trovo valido, poi, l’obiettivo che viene messo in atto con i progetti dedicati ai “Musei al-l’aperto”, non esiste modo migliore per ripristinare materialmente la realtà del soldato intrincea, ottimo strumento da proporre non solo a turisti e villeggianti, ma anche agli studenti delle scuole. In questo campo la Francia è molto più avanti di noi, come la valorizzazione della Linea Maginot. Spero vivamente che l’Italia non si fermi nella rivalutazione materiale di quell’importante periodo storico, non lo meritano i nostri avi, ed è un dovere che dobbiamo perseguire nei confronti dei posteri.