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Il dramma del forte Verena – Società Italiana di Storia Militare

Copertina_Il_dramma_del_forte_VerenaSeconda recensione. Scheda del volume “Il dramma del forte Verena” – Società Italiana di Storia Militare

Si tratta, a distanza di 90 anni dagli avvenimenti, della interessante rievocazione di un episodio poco noto della nostra Grande Guerra sul fronte del Trentino. Se dissentiamo in parte da quanto scritto nella premessa dal prof. Marco Grandi, giacché a parer nostro  invece stiamo assistendo oggi ad  un ritorno di interesse per quelle lontane vicende e non proprio ad una “rimozione” delle stesse, dobbiamo invece riconoscere che il volume costituisce un modello per chi voglia avvicinarsi alla storia militare per soffermarsi su di  un determinato evento.  

L’Autore, infatti, pur mantenendo un approccio scientifico all’esame dei fatti, li inquadra nel loro contesto   storico e tecnico con un linguaggio che li rende accessibili anche ai meno esperti in campo militare.L’opera approfondisce i retroscena della distruzione del Forte di Verena (Vicenza) e delle sue conseguenze. Con rara competenza vi si descrive  l’evoluzione della politica fortificatoria italiana sin dai primi anni dell’Unità, quando ci si accinse a sbarrare le vie di penetrazione ad un eventuale aggressore del nuovo Stato.

Questo, avendo presente che con la guerra del 1866, si erano raggiunti confini orientali piuttosto sfavorevoli  per un’efficace difesa. Perfino dopo la stipula della Triplice Alleanza le preoccupazioni non si attenuarono, com’è dimostrato dal progetto del generale Cosenz. Fu da allora che si intrapresero gli studi per contrastare offese provenienti dal nord-est e prese inizio la “militarizzazione” del Veneto. Parallelamente si seguiva l’evolversi della fortificazione permanente all’estero e l’aumento di potenza e precisione delle nuove artiglierie. Nel quadro della difesa delle Alpi, si concretarono così alla vigilia della Guerra con l’Austria gli studi del generale Enrico Rocchi e le teorie dei “fronti” e dei “forti” corazzati.

Vi si coglie inoltre l’occasione per ricordare sia gli alti ufficiali che predisposero gli sbarramenti, sia le caratteristiche delle opere che li componevano, opere che peraltro venivano attentamente monitorate dallo spionaggio austriaco.Allo scoppio della guerra, nella zona di operazioni della 1.a Armata, fu riservato ad alcuni di questi forti, tra i quali principalmente quello di Verena – situato tra il Garda e il Passo delle Tre Croci ed armato di pezzi da 149 in cupola ed obici da 280  e che veniva considerato il migliore del sistema, una funzione offensiva. Gli italiani pertanto  intrapresero, nei primi giorni di guerra, un’efficace e continua azione di bombardamento dei forti nemici, provocando addirittura la resa di qualcuno di essi.

Tali risultati favorevoli indussero naturalmente il nostro Comando alla decisione di sfruttare questi  successi iniziali. Ma la reazione austriaca non doveva tardare: l’attacco delle fanterie alpine non raggiunse gli effetti sperati e quando si ripresero i bombardamenti, il 12 giugno un fortunato colpo da 305 centrò una cupola del Varena provocando gravi danni ma soprattutto forti perdite alla guarnigione. Venne subito insediata una commissione d’inchiesta; nel mentre, i bombardamenti austriaci venivano intensificati fino a giungere alla completa demolizione dell’opera.

Le risultanze  portarono bensì a rilevare alcune carenze – dovute più a criteri di economia che a frodi – nella realizzazione del forte, ma si fu costretti soprattutto a concludere che tutte le nostre opere non solo non resistevano al 305 per non dire del 420 ma talvolta neppure al tiro con armi corrispondenti.

Per di più, come metodo di costruzione, quelle austriache apparivano migliori almeno sotto alcuni aspetti e se ne decise il disarmo, utilizzando altrimenti le bocche da fuoco recuperate. Ebbe termine così la breve “guerra dei forti”.L’Autore ricorda inoltre come gli austriaci, durante la loro occupazione, abbiano attentamente esaminato le rovine del forte Verena e come, nell’immediato dopoguerra, si fosse di conseguenza aperto un ampio acceso dibattito sulla fortificazione permanente, cui presero parte sulle nostre pubblicazioni militari i più autorevoli esperti italiani del settore.

Se ne confermò la validità, seppure privilegiando, come in altri Stati europei, le linee fortificate continue, e stabilendo in tal modo quei criteri di sviluppo che dovevano portare al Vallo Alpino del Littorio. Ma, a differenza di quanto si fece all’estero, i lavori del Vallo che, sebbene a rilento, erano proseguiti  fino al 1943 malgrado l’alleanza con la Germania, mai vennero ultimati.  

Dobbiamo comunque precisare che le nostre nuove opere non ebbero quasi occasione di essere messe alla prova nella Seconda Guerra Mondiale – se si eccettua lo sfortunato Chaberton vittima dei 280 francesi nel giugno 1940 – e che gli sbarramenti previsti non  contemplarono mai armamenti superiori al vecchio 149/A, ribattezzato 149/35.